Home page del sito www.archiviolastampa.it come si presenta senza il plugin di Flash

Tecnologia digitale obsoleta, un secolo e mezzo di Storia a rischio

L’archivio storico del quotidiano “La Stampa” sparirà dal web, almeno per un po’. Era stato costruito in Flash, un software per presentazioni multimediali che va in soffitta a fine 2020. La Regione Piemonte cerca soluzioni.

Tra poche settimane, 138 anni di storia italiana scompariranno dal web, a meno di qualche miracolo finanziario e amministrativo, e non si sa con precisione quando o come potranno ricomparire. L’archivio storico della Stampa rischia di rimanere vittima della rapida obsolescenza degli strumenti digitali e di una serie di complicate circostanze proprietarie e tecnologiche.

[AGGIORNAMENTO 23.2.21: L’archivio storico della Stampa è di nuovo disponibile. Leggi: “Un secolo e mezzo di Storia di nuovo online]

Stiamo parlando di oltre 12 milioni di articoli e di 1.761.000 pagine pubblicati a partire dal 9 febbraio 1867, quando uscì a Torino il primo numero della Gazzetta Piemontese (diventata La Stampa nel 1894), fino al 2005. E’ una fonte straordinaria di informazioni per storici, giornalisti e cittadini che possono gratuitamente sfogliarla e, ancor più utilmente, farne oggetto di ricerca. Digitalizzate tutte le pagine, ne è stato infatti estratto il testo, il che rende possibile andare in cerca del classico ago nel pagliaio tra miliardi di parole — fatte salve le approsimazioni, in alcuni casi inevitabili, dovute al programma impiegato per il riconoscimento dei caratteri.

Avere a disposizione i testi integrali di 138 anni di giornalismo, inoltre, ha reso possibile applicare ad essi un software per la classificazione semantica dei contenuti che — per esempio — associa tutti gli articoli che parlano di uno stesso argomento (ad es.: Cuneo, Garibaldi, il Consorzio agrario di una qualunque località agricola, ecc.), rendendo più navigabile e ricercabile l’oceano d’informazioni disponibili.

L’articolo o la pagina che interessa può infine essere anche salvata e stampata in formato pdf.

Tutto questo sparirà al più tardi il 1 gennaio 2021, o meglio non sarà possibile vederlo perché per farlo occorre avere installato nel proprio browser un piccolo programma di visualizzazione che il 31 dicembre 2020 cesserà di essere utilizzabile, il plugin Flash player.

Flash è un programma che andava per la maggiore tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila per costruire presentazioni multimediali graficamente molto efficaci. Aveva però due gravi difetti: era una tecnologia proprietaria, cioè non era codice aperto, gestibile e manutenibile dall’intera comunità degli sviluppatori, a differenza dello HTML lo standard per la costruzione dei siti web; aveva, inoltre, seri problemi di sicurezza.

Registrazione della navigazione sul sito www.archiviolastampa.it (25 nov. 2020)

Al momento della preparazione di questo pezzo, chi andava sul sito dell’Archivio storico della Stampa era accolto da una homepage che invitava a scaricare il plugin di Flash, o a consentirgli di operare. Solo a quel punto l’utente poteva visualizzare pagine e articoli. Nel video qui accanto abbiamo registrato un esempio della navigazione sul sito registrata il 25 novembre 2020.

Una gran parte degli utenti web, in realtà, già da anni non poteva utilizzare l’Archivio: tutti quelli che si collegano con strumenti iOS. L’inizio della fine per Flash è stata infatti la decisione di Steve Jobs di non consentire l’uso di Flash sugli strumenti in mobilità della Apple (iPhone e iPad), in favore dei nuovi standard aperti dello HTML5, che consentivano di replicare una gran parte delle funzioni di Flash, in particolare la visualizzazione dei video.

Dopo lunghe polemiche, nel 2017, Adobe, proprietaria di Flash, ha ceduto e ha annunciato che a partire dalla fine del 2020 Flash non sarebbe stato più aggiornato e distribuito. Molti siti hanno impiegato questi anni a riprogettare i loro interfaccia per non morire insieme a Flash, ma non l’Archivio storico della Stampa.

Il problema è che non si capisce bene chi, come e con quali soldi dovrebbe occuparsi del problema. Fino al punto che una richiesta di informazioni inviata all’indirizzo email indicato sul sito resistituisce una risposta automatica secondo la quale il dominio dell’archivio risulta paradossalmente inesistente.

Risposta “Indirizzo non trovato” a una email inviata all’indirizzo info@archiviolastampa.it

Il dominio esiste e come, tant’è che il sito web è accessibile e proprio sul sito abbiamo trovato l’indirizzo. E’ stato registrato il 30 maggio 2008 dal “Comitato per la Biblioteca digitale dell’Informazione giornalistica”. E’ il comitato che non esiste più.

Del comitato facevano parte, oltre all’editrice La Stampa (che portava in dote la collezione del giornale), la Regione Piemonte, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT. L’archivio andò online alla fine di ottobre 2010 (erano passati già sei mesi dalla pubblicazione del celebre intervento con il quale Steve Jobs demoliva Flash), e alla fine di quello stesso anno il Comitato si sciolse, “avendo esaurito il suo scopo”. Nel 2012, la “nuda proprietà” dell’archivio fu passata alla Regione Piemonte, mentre alla Fondazione del Libro, la musica e la cultura, fu affidata la sua gestione per trent’anni — ma la Fondazione, che all’epoca organizzava il Salone del libro, fallì anch’essa solo cinque anni dopo. [I vari passaggi sono dettagliati in un documento della Regione Piemonte]

Da allora l’archivio ha continuato a funzionare in una specie di limbo. Il materiale continua a essere ospitato sui server del CSI Piemonte, un’azienda informatica di emanazione regionale. La società esterna cui il Comitato aveva affidato la realizzazione dell’Archivio è scomparsa anch’essa. La Stampa si è nel frattempo fusa con il Secolo XIX di Genova e poi con il Gruppo editoriale l’Espresso, formando il Gruppo GEDI.

Chi debba o possa occuparsi del futuro dell’Archivio storico non è chiaro. L’unica che abbia certamente una titolarità è la Regione Piemonte, che dell’Archivio è proprietaria e che si è alla fine mobilitata. All’inizio di dicembre 2020 — informano due diverse fonti e conferma la Regione — sono previsti incontri con tutti gli organismi inizialmente interessati alla creazione dell’Archivio: l’editore, le fondazioni bancarie e la Regione. Ma la soluzione non potà essere trovata e applicata nel giro di poche settimane e infatti il sito sarà probabilmente oscurato già il 15 dicembre, apprendiamo dalla Regione.

La home page del sito http://www.archiviolastampa.it/
La home page del sito www.giornalidelpiemonte.it

“La Regione continua comunque nel suo percorso di salvataggio della memoria del passato”, assicura la fonte interpellata, un impegno che si sostanzia anche in altre iniziative come il portale “I giornali del Piemonte”, che raccoglie digitalizzati e ricercabili 189 giornali e 47 periodici piemontesi dal 1846 ai giorni nostri.

Si tratta di trovare i finanziamenti e — soprattutto — di decidere se costruire una interfaccia che sostituisca nelle sue funzioni la vecchia interfaccia Flash mantenendo tutte le funzionalità dell’Archivio e addirittura le aumenti, oppure se affidarsi a una soluzione più economica e più rapida. In ogni caso si prevede che l’Archivio storico della Stampa non sarà accesibile al pubblico almeno per qualche mese, se non di più.

A proposito di tempi e di investimenti, chi come noi ha antiche frequentazioni con queste problematiche teme la tentazione di mantenere un archivio tecnicamente digitale, ma culturalmente analogico: una collezione di pagine in pdf, da sfogliare sul web come si fosse in un’emeroteca classica. Niente ricerca dei testi, niente aggregazione semantica per parole chiave. Una soluzione forse più rapida ed economica e che potrebbe apparire ulteriormente vantaggiosa per il prossimo gestore, che non sarebbe costretto a gestire i problemi (legali e redazionali) delle crescenti richieste di rimozione legate a una tragica interpretazione del cosiddetto diritto all’oblio. E tuttavia sarebbe una soluzione che priverebbe cittadini e ricercatori di una risorsa preziosissima e unica — almeno tra quelle liberamente disponibili al pubblico —abbandonando l’etos e gli investimenti che sostennero l’impegno iniziale.

C’è da sperare che si trovino le forze per la soluzione più avanzata. Sarebbe auspicabile, in particolare, che la soluzione futura “aprisse” l’archivio a un aggiornamento. L’archivio “storico”, infatti, è distinto dall’archivio digitale della Stampa in senso stretto, riservato agli abbonati. Siamo da tempo tra quelli che si battono per archivi digitali funzionali e aperti, e in altre circostanze avevamo suggerito una specie di “barriera mobile”: si stabilisce quale sia la profondità cronologica che ha un valore commerciale — tre anni, cinque, dieci — e ogni anno si “liberano” i 12 mesi più vecchi facendoli confluire nell’archivio vecchio. Se poi si unificasse la ricerca dei due archivi in un unico motore, l’utente otterrebbe risultati più completi e la testata un contatto con potenziali utenti interessati al contenuto premium. Ma, certo, già sarebbe tanto se per ora si mantenesse quel che c’è, come è…

Il primo dicembre 2011, a un anno dal lancio dell’Archivio, il Comitato tecnico-scientifico del CSI Piemonte, in collaborazione con il Comitato per la Biblioteca digitale dell’Informazione giornalistica, organizzò un convegno dal titolo “A prova di futuro: giornali, libri e archivi 3.0”. Nel presentare quel convegno il professor Gianfranco Balbo disse:

“Fare ricerche in rete è un’attività che fa parte del nostro vivere quotidiano. È necessario rendere facilmente reperibili i contenuti che si trovano on line, integrando gli strumenti di consultazione per effettuare ricerche complesse e costruire reti di informazioni ampie e diversificate, come è possibile fare, per esempio, grazie alla digitalizzazione dell’archivio storico de La Stampa. Per farlo servono investimenti in ricerca e innovazione, in modo da valorizzare una filiera di competenze che coinvolge professionalità diverse”.

Sono passati nove anni ed evidentemente investimenti e competenze, se pure fossero stati gli uni raccolti e le altre valorizzate come auspicato, non sono bastati a rendere l’Archivio storico della Stampa “a prova” di un futuro pur così breve. C’è da augurarsi che se ne trovino abbastanza ora per garantirne almeno la sopravvivenza. Poi proveremo a pensare al “3.0”. (*)

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(*) …chissà, magari il ministro per i Beni e le attività culturali Dario Franceschini potrebbe usare i dieci milioni che pensa di utilizzare per creare una “Netflix italiana”, per costruire invece un progetto e un sistema nazionale di digitalizzazione degli archivi storici dei quotidiani italiani.

AGGIORNAMENTO: 30 novembre 2020

La pubblicazione di questo articolo, venerdì 27 novembre 2020, ha suscitato diverse reazioni da parte di persone e istituzioni preoccupate e interessate alla sopravvivenza dell’Archivio storico della Stampa. Tra queste, per esempio, un

Screenshot della home page del sito www.archiviolastampa.it scattato il 30 novembre 2020

appello firmato da 76 tra ricercatori, accademici, storici e archivisti italiani per sottolineare l’importanza dell’Archivio “e scongiurarne la chiusura” e che nei giorni seguenti ha continuato ad accumulare adesioni sulla piattaforma change.org (il pomeriggio del 30 novembre erano arrivate a 1.197).

Inoltre, come ci era stato detto, da lunedì 30 novembre sul sito fa bella mostra di sé un avviso in rosso che conferma che il servizio sarà oscurato il 15 dicembre “a causa di prolungate attività di manutenzione”.

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Antico giornalista. Consulente di editoria digitale. Docente di Giornalismo digitale. Studioso di Storia contemporanea. Blog (2003/18): http://bit.ly/blogmario

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Mario Tedeschini-Lalli

Mario Tedeschini-Lalli

Antico giornalista. Consulente di editoria digitale. Docente di Giornalismo digitale. Studioso di Storia contemporanea. Blog (2003/18): http://bit.ly/blogmario

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